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LE CLARICETTE

Le Claricette, racconti di natura è il mio personale progetto digitale.
Ho da sempre una sconfinata passione per la scrittura che esercito e sperimento appena posso sul mio blog personale in cui racconto di stagionalità e food waste.
Un buon allenamento che mi consente di affinare il mio stile e di trattare temi che mi appartengono come il recupero della frutta, la riscoperta di specie dimenticate e del lento ritmo dell'artigianalità. Della sostanza e delle parole.

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CLARICETTE: Pro Gallery
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UN GIARDINO FRUTTUOSO

Ho poche piante, che poi a dirla tutta non sono nemmeno le mie, ma di mio nonno. Con loro ci conosciamo fin da quando ero piccola. Già adolescenti quando io sono nata, le ho viste crescere e ne ho visti irrobustire i tronchi. Alcune sono state sorprese da qualche gelata invernale, altre stroncate da malattie mal curate. Sì, le superstiti sono poche, ma di ciascuna ricordo la storia. Ricordo che qualche anno fa il susino aveva un ombrello spettacolare, quando con il dissenso di tutti i presenti venne potato, devo dire però che ritornò due anni dopo più bello di prima. Per non parlare del pero con cui mia madre a bordo di una punto rossa dai sedili zebrati fece un incidente che ci costò il fanalino. Naturalmente diede poi la colpa all’immobile pianta. Lo stesso pero che ogni anno esattamente nel giorno di San Giovanni porta a compimento la maturazione dei suoi frutti.
Croccanti e dai toni caldi, le mangiavo anche io, nonostante non fossi amante delle pere, perché piccole e divertenti. Il gelso è un altro albero da frutto a cui sono molto legata. Una volta l’altalena era appesa proprio lì. Poi è passata al melo ed infine al susino. Purtroppo del melo devo annunciarvi la dipartita. Soffocato forse dai pini di fianco o forse stanco delle mie visite altalenanti, ci ha lasciati ormai da diversi anni. Ma siamo andati avanti, come nelle migliori famiglie, con un albicocco, un pero, un susino, due amareni, un ciliegio, un gelso, un caco e un fico. (Sembra quasi la barzelletta dell’italiano, del francese e del tedesco.) Spesso dividere tutta quella frutta tra amici e parenti non bastava e finiva per andare a male ancora nei cesti.
E allora, in cerca di un modo per esprimere al mondo la mia propensione per argomenti trattati all’aria aperta e l’odio profondo per lo spreco, ho pensato di farne confetture. Da qui è iniziata l'avventura de Le Claricette che nel tempo si è ampliata abbracciando a sè altri temi affini come la coltivazione di un orto, la cura di un pollaio e la conoscenza del mondo delle api.

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MADRE SAMBUCO

Madre Sambuco aveva la testa come un ombrello, fiorito come un ricamo antico a maggio e colmo di succosi pallini viola a fine estate. Esisteva da sempre, aveva visto gli uomini inventare le parole, poi li aveva visti costruire meravigliosi castelli, poi greci, romani, galli, ottomani, crociate,biciclette, aerei Madre Sambuco sapeva tutto.

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Erano i primi giorni di agosto e alla corte dei garage, non appena le lucine iniziavano a ricamare le ombre, si apriva la danza dei bicchieri. Ghiacciolini arrotondati dalla calura estiva rintoccavano sul bordo per poi finire in un rilassante bagno frizzante a scioglierne i muscoli. Sciroppo ai fiori di sambuco, menta e prosecco.

Un sottofondo d'n'b e un racconto di natura da godersi sotto l'albero del sambuco. Gli ombrelli sono fioriti, chi ha già fatto lo sciroppo?

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CLARICETTE: Lavori
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LE SUSINE

Cigolio della maniglia, anta traballante e, come sospettato, nessuna traccia delle scarpette da scoglio.Vasetto vuoto, ragnatele, bottiglia da liquore impolverata, ragni.

E toh, un vaso scuro. “Bello!”, pensò, “magari ci metto dei fiori!”.

Lo afferrò e subito si rese conto che era pesante, era pieno. Un bel respiro, soffio potente incurante della camicia bianca ed ecco comparire la scritta “Susine 2006”.

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LE FRAGOLE

«Allora, convinca la mamma a portarci al lago, domani».
Queste le testuali parole pronunciate con un voluttuoso bisbiglio dalla mia fiamma dodicenne quando ci siamo scontrati sulla veranda, io diretto in casa, lei fuori. Il riflesso del sole pomeridiano, un corrusco diamante bianco dagli innumerevoli aculei iridescenti, tremolò sul baule tondeggiante di una macchina in sosta.
Il fogliame di un olmo voluminoso disegnava le proprie ombre pastose sul muro rivestito di assi. Due pioppi oscillanti tremolavano. Si percepivano i suoni informi del traffico lontano; una bambina chiamava «Nancy! Nan-cy!». In casa Lolita ascoltava il suo disco preferito, Piccola Carmen, che io chiamavo Carmen-sitter, facendola sbottare di insofferenza per il mio humor sofferto.Se la fragola fosse un personaggio letterario sarebbe certamente Dolores Haze. Lolita. Dodicenne, rossa, ninfetta.

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LE CILIEGIE


Cerises, un’immagine acustica che pennella finemente l’atmosfera di un pomeriggio sospeso, nel caldo di giugno.

Con quella erre francese che annebbia l’immagine del muletto giallo gracchiante e ti modella in un petit dejeuner sur l’herbe vestita di tutto punto.

Seduta ad un tavolo in ferro battuto bianco, un clafoutis spolverato da zucchero a velo candido e una tazza di the non più caldo.

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I FICHI

8 Agosto

I giovani piedi scalzi camminavano con sadico timore sulla terra arsa dal sole di agosto che aveva risparmiato solo qualche filo d’erba stoicamente ancora verdeggiante. Aveva percorso fino a metà la strada che dalla vecchia casa portava fino al rio. Là poteva scorgere solo campi attorno a sé e là come ogni giorno dopo pranzo si era fermata un momento, aveva inspirato tutta l’aria che i suoi polmoni potessero contenere e se l’era trattenuta senza riserve per qualche secondo. Quel respiro era senza dubbio una cesta di paglia leggera, non badate al piccolo bordo scucito, colmo di fiordalisi di campo.
Ho sempre pensato che quella cesta fosse certamente piena di fiori blu, il blu dei campi attorno del resto non lasciava scampo. L’odore zuccherino era così intenso che le era arrivato dritto al cervello, tutto era così dolce e appiccicoso che aveva per poco rischiato un collasso. Quando aveva ricominciato a respirare infatti era già arrivata senza accorgersene fino alla pianta del fico. Lì si era messa a raccogliere i frutti più maturi, ancora coi piedi scalzi. I fichi nella cesta avevano sostituito i fiori che portava nell’altra mano, di ritorno dal primo raccolto.

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LA VENDEMMIA

5 Settembre

In quei primi giorni di settembre l’aria si era rinfrescata e, di buon mattino, un golfino sulle spalle non guastava affatto. Quando la luce attraversava lo scuro socchiuso al lato del comò, quello era l’attimo da non perdere per vedere la campagna ancora immobile.
Sul finire dell’estate si può infatti godere di un’atmosfera onirica, un istante solo che separa la notte dal giorno in cui nulla si muove, il cielo diventa caldo e nemmeno un cinguettio sembra voler rompere il silenzio. Si era alzata presto per godersi la pace prima che il trambusto della raccolta animasse il piazzale e lo stradello che dalla casa conducevano alla vigna.Non appena la luce aveva fatto capolino tra gli scuri della finestra a lato del comò ,in tutta fretta, si era infilata il golfino e portando gli zoccoli a mano per non far rumore era scesa al piano di sotto.
Quegli zoccoli non le erano mai piaciuti, ma in quel periodo dell’anno amava indossarli per via della lana di cui erano imbottiti. Sembravano perfetti per crogiolare i piedi ancora qualche minuto prima che a farlo potesse pensarci il sole.
Una tazza bianca dal bordo fine, il latte e il vaso dei biscotti, era tutto pronto per assistere allo spettacolo.
Stava iniziando il primo giorno di vendemmia.

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LE MELE COTOGNE

10 Ottobre

La luce di quel dopo pranzo di ottobre sarebbe stata capace di accecare chiunque si fosse attentato a guardare il cielo. Era bastata una sola punta di blu nel giallo estivo per ridare linfa ai campi tutt’attorno: i settembrini (di ottobre) fioriti brulicavano di insetti operosi e i lunghi steli dei topinambur ondeggiavano a ritmo di swing, pizzicati dalla brezza come corde di un contrabbasso.
Lei se ne stava lì, con le gambe nude nei suoi stivaletti allacciati fino alle caviglie, in piedi sulla scala di legno.
Ferma nell’autunno palpava con soddisfazione le gialle mele cotogne che campeggiavano sulla pianta robusta. Erano cresciute sane e, sane, continuavano la loro maturazione.
Se ne stava lì nella dualità dell’autunno, con il viso rosso per il calore del sole che ancora non si arrendeva all’inverno e con le gambe intirizzite dall’aria pungente della penombra.
Era un autunno prolifico e non ne andava sprecato nemmeno un istante.

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